Mi sono imbattuta in una storia che mi ha fatto molto riflettere su quanto sia difficile aiutare a vivere o meglio, a sopravvivere ad alcuni eventi della vita.
Il fatto è che da fuori sembra tutto facile, si ha sempre la risposta in tasca, si giudica quasi senza sapere, o - peggio ancora - senza voler approfondire, senza andare a fondo, senza comprendere; anche perché a volte, comprendere fino in fondo non è affatto semplice e allora bisognerebbe fare silenzio, e magari provare ad immaginare cosa si possa provare in alcuni momenti (tragici) dell’esistenza umana.
La storia in cui mi sono imbattuta è quella di una donna che per gravi problemi psicoemozionali chiede di poter morire, ma nel suo paese non può farlo e dunque, va all’estero. E lo fa, ci riesce. È morta 2 giorni fa.
Quella donna, che era una assistente sociale ed anche una mamma, aveva provato a suicidarsi, senza riuscirci. L’avevano salvata, e lei era “tornata alla vita” senza però vivere davvero.
Ma perché quella donna, quella mamma, voleva morire?
Perché si era irrimediabilmente ammalata di “mal di vivere”?
Perché aveva perso suo figlio, o peggio ancora, non era riuscita a salvarlo anche se dalla morte del suo adorato ragazzo aveva fatto vivere altre 5 persone, donando i suoi organi.
Era una sera come tante altre. Il giovane torna a casa stanco e affamato, apre il frigo prende un sandwich e si mette sul divano. Un boccone gli va di traverso, con un filo di voce chiama “mamma”. Lei sente, anche se è già a letto; corre da lui, prova una manovra che conosce per liberarlo ma non ci riesce. Chiama l’ambulanza, corrono in ospedale dove la donna veglierà suo figlio in coma per giorni, ma per lui non ci sarà più nulla da fare.
Il buio avvolge la vita di quella mamma.
Un buio fitto, asfissiante, invalidante, doloroso fino alla pazzia. Perché se è vero che ognuno reagisce diversamente, a proprio modo agli eventi, è altresì vero che il dolore per la perdita di un figlio è il più terribile, innaturale, devastante dolore.
Da quel momento quella donna che probabilmente non aveva nessuno capace di accogliere quel suo dolore, aiutandola a mitigarlo, a contenerlo seppur senza capirlo, sceglie di morire.
Il suo dolore è una malattia incurabile.
“Esisto ancora, ma non vivo più”, sono le sue parole.
È orfana di suo figlio, ma è circondata da amici e parenti, anche animali domestici.
Ed è giovane. Ha solo 56 anni. Nulla fanno gli antidepressivi. E così se ne va, se ne va a morire in un clinica in Svizzera, dopo che una equipe di psicologi le dà il via libera.
Mentre scrivo questa donna, questa mamma non c’è più. E allora senza giudicare, proviamo a gestire però un dubbio, una riflessione, ponendoci la domanda: “è più difficile aiutare a vivere o aiutare a morire?”
La prima riflessione è su come approcciano a quelle malattie che non vediamo (e a volte non vogliamo vedere) perché non sono evidenti, perché non riguardano il corpo, bensì l’anima, il sentire, ma che danno ugualmente dolore. Perché il buio che arriva e annienta tutto, trascina in una dimensione nella quale persino l’amore provato, perde ogni senso.
Il primo articolo che trovate in alto, su questo mio blog, riguarda proprio il fine vita, perché abbiamo bisogno - lo credo fortemente - di una legge scritta bene che possa aiutare a morire. La difficoltà è nello stabilire quando quel male che non si vede, diventa irreversibile, come nel caso della mamma di cui fin qui ho parlato. E allora entra in gioco (che poi un gioco non è) la capacità di ognuno di aiutare - senza sapere però se ne si è capaci - chi prova a chiedere aiuto, chi manifesta un malessere, chi non sa dare un nome al mostro che lo abita, o al buio che lo attraversa.
Dovremmo essere così forti da credere che a dispetto di quelle malattie degenerative ed incurabili del corpo, quelle dell’anima possano essere curate.
Ma a volte questo non accade. E accade invece che si voglia morire. E la morte consapevole di questa mamma o dell’altra mamma, suicida con i suoi due bambini, è il segno indelebile non solo di impotenza ma anche di incapacità di comprendere qualcosa che a volte si fa fatica a mostrare e altrettanto fatica a vedere.
E allora forse dovremmo chiederci se a fronte di una legge che aiuti a morire chi è prigioniero di un male che non lascia scampo, non si possa riuscire ad essere via di fuga da un buio che ci mostra solo la scritta “strada senza via di uscita”
