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Il peso del mondo culturale nella vittoria del NO al rederendum costituzionale

24/03/2026 12:00

Simona Stammelluti

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Il peso del mondo culturale nella vittoria del NO al rederendum costituzionale

In queste ore si analizzano su più fronti i dettagli del risultato al referendum che ha portato alle urne gli italiani che si sono espressi in maniera

In queste ore si analizzano su più fronti i dettagli del risultato al referendum che ha portato alle urne gli italiani che si sono espressi in maniera netta per il NO alla riforma Nordio. E sempre in queste ora a seconda se si parli con l'uno e con l'altro schieramento sentiamo - a volte a sproposito - dire tutto e il contrario di tutto. 

Non starò qui ad analizzare dati già abbondantemente sviscerati altrove e in tempo reale già nella giornata di ieri; mi interessa porre l'attenzione su alcune sfumature che sono state tali fino a quando non hanno mostrato il loro reale peso sul risultato finale.

Degno di nota il coinvolgimento dei giovani, di quei giovani che avevano quasi completamente perso ogni entusiasmo rispetto al mezzo democratico che è il voto, ma che hanno raccolto l'invito ad andare ad esercitare quello che da sempre è un diritto ma anche un dovere civico, riscoprendosi pronti a gestire una decisione così importante come quella che ha riguardato appunto la costituzione e che ha come fatto risbocciare quella voglia di essere protagonisti di una vicenda che alla fine è stata anche politica. 

Ma vi è stato anche la scesa in campo del mondo culturale, che vi ha messo la faccia, che ha raccontato dal proprio ruolo, i motivi per i quali bisognava votare no, e lo ha fatto proprio dando valore assoluto alla parola, all'arte, alla capacità di sviscerare alcune dinamiche, lì dove stava emergendo la superficialità della demagogia, della propaganda, come se agli italiani bastassero gli slogan, come se fossero facilmente impressionabili o come se le vicende della cronaca che spadroneggiano nei TG potessero essere l'ago della bilancia di una riforma che - si è detto più e più volte - non riguardava la questione di una buona o migliore giustizia per il cittadino. 

Le parole, l'arte, la cultura recano in sé una sorta di magia che rompe il muro della velocità dell'ovvio, abbatte la semplicità di concetti usa e getta, scassina la banalità della demagogia che usa espressioni semplici per arrivare a tutti, ma che non centra la verità di ciò che accade veramente. 

Perché si può essere chiari senza banalizzare. E dunque la cultura in questo, ha fatto il suo. Ha usato la parola con responsabilità e onestà, senza scorciatoie, senza slogan. 
Attori, scrittori, registi, cantanti. Il mondo dell'arte e della cultura ha messo in scena un racconto, scevro da ogni ipocrisia, perché alla fine la verità è che l'arte svela, fa riflettere, accompagna il giudizio critico, parla all'animo e non alla pancia, ma parla anche alle teste che sanno ragionare, sanno gestire il confronto, senza quella violenza verbale che - tocca dirlo - il mondo politico non ci ha risparmiato neanche in questa occasione. 

In cambiamenti per essere reali e consapevoli hanno bisogno di essere compresi a fondo, per essere difesi e protetti, così come la qualità della nostra democrazia. Ed entrambi passano dal rispetto che diamo alle parole che si scelgono di usare. E in questo caso, il mondo culturale è stato maestro.

E insieme agli uomini e alle donne della cultura contemporanea, che ci hanno messo arte, faccia e voce in questa campagna referendaria, mi viene da ricordare ai miei lettori che abbiamo avuto l'onore di avere tra i grandi artisti italiani Giorgio Gaber che nella sua famosa canzone “Libertà” datata 1972, sottolineava come la stessa non fosse uno spazio fisico o un'assenza di regole, ma una partecipazione attiva messa in campo da una cittadinanza consapevole, dotata di responsabilità collettiva, e dal confronto sociale. 
Ecco, questo è il senso di quello che garbatamente ha fatto il mondo culturale, vincendo non sono il numeri, ma anche in consapevolezza. 

 

 

 

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